Archivi del mese: giugno 2012

Volunia vs. Weblin

Se avessi avuto ancora qualche dubbio, l’invito, apparso su Facebook, di guardare su Volunia la partita Italia-Inghilterra me lo ha tolto definitivamente.

Invito Volunia

l’invito a seguire su Volunia la partita Italia-Inghilterra agli Europei 2012

Solo che Weblin era più simpatico. Si, perché la similitudine tra Volunia e Weblin, che avevo intuito prima che venisse accettata la mia richiesta di entrare in Volunia, prima che potessi sperimentarla direttamente qualche settimana fa (quando finalmente la mia richiesta, dopo parecchi mesi, è stata accolta, proprio in quei giorni in cui Marchiori consumava il suo strappo), si conferma nell’uso di Volunia che viene proposto. Non so se ci sia o se ci sarà dell’altro che consentirà a Volunia di caratterizzarsi diversamente (Marchiori accennava a molto altro che non gli è stato permesso di realizzare) ma attualmente sembra di avere a che fare con Weblin redivivo.

i commenti su Volunia

alcuni commenti su Volunia durante la partita Italia-Inghilterra (Kiev, Europei 2012)

Un ambiente un po’ più statico, dicevo, perché su Volunia il ritrovarsi a commentare la partita davanti alla diretta di Rai 1 appare più freddo e troppo ordinato essendo confinato nella sidebar destra dove scorre la chat; in Weblin si respirava un’atmosfera più calda e simpatica per via di quei minuscoli avatar che si muovevano alla base della pagina come tanti omini davanti ad un maxischermo (chi volesse saperne di più, può leggersi su Apogeonline l’articolo che scrissi ormai più di quattro anni fa, nel 2008, quando Weblin apparve improvvisamente sulla

Commenti su Weblin davanti alla pagina di Repubblica.it

scena). L’avventura di Weblin è finita per mancanza di fondi (evidentemente, per varie ragioni, l’impresa della tedesca Zweitgeist si è rivelata insostenibile), Volunia sembra riprenderla, spero con miglior fortuna e spero con un po’ più di quella geniale fantasia che Weblin ci aveva fatto assaporare.

Annunci

Wikicrazia Reloaded: Patti – Laboratorio del Museo Diffuso

Dopo la pubblicazione per Navarra Editore, nel Settembre 2010, del saggio Wikicrazia (a Patti presentato al Caffè Galante nel Giugno 2011), l’autore, Alberto Cottica, ha deciso di pubblicare una versione e-book del saggio, arricchita di contributi scritti direttamente da alcuni wikicratici (o wikicrats). Ed è cosi che nei giorni scorsi ha visto la luce “Wikicrazia Reloaded“. Tra i nuovi contributi, un articolo riguarda il Laboratorio del Museo Diffuso di Patti .

Patti – Laboratorio del museo diffuso di Fabio Fornasari e Antonino Galante

Fabio Fornasari
Potremmo intitolare questo racconto “da come nasce cosa”, una parafrasi del più noto “da cosa nasce cosa”. Questo è un racconto che parla di un progetto, di persone e di episodi strettamente legati alla dimensione della rete, occasione e movente che ha retto il gioco sin dal principio. Stiamo parlando di persone che hanno visto crescere e sono cresciute all’interno dei social network più o meno immersivi e che all’interno di quelli hanno sperimentato le più diverse forme di partecipazione e di condivisione. Questo racconto parla di una idea che si è evoluta nel tempo assumendo diverse forme in relazione all’impiego di queste tecnologie. Ma come è accaduto che un mezzo – lo strumento digitale condiviso – ha portato a fare diventare una idea nata da persone che si sono incrociate in rete in un più ampio progetto per la città di Patti? Come è accaduto che nel corso del tempo questo progetto ha coinvolto un’intera cittadinanza che ancora oggi sta contribuendo con tasselli, consigli, indizi utili alla miglior definizione del progetto? Se il come è la rete, la cosa è un Museo Diffuso, un museo che nasce da un territorio e dalla vita che si è sviluppata al suo interno lasciando dietro di sé reperti, oggetti, opere, scritti di ogni genere.

L’occasione fu inizialmente la frequentazione di Second Life ed in particolare di un gruppo di persone che scrivevano su un social network chiamato UnAcademy e che in Second Life solevano incontrarsi e promuovere iniziative – corsi di formazione al giornalismo e alla governance, incontri con personalità della politica nazionale. Questa esperienza cresce successivamente con il progetto Kublai che si occupa di fare incontrare in rete le diverse forme di creatività per lanciare delle start-up di natura imprenditoriale. Intorno a questa idea si crea la condizione perché tutto accada: Nino Galante, programmatore e proprietario del Caffé Galante, Fabio Fornasari, architetto e Roberta Marchesi, account pubblicitario lavorano intorno all’idea di start-up che ha l’obiettivo di recuperare il caffé storico letterario, che è stato frequentato da intellettuali siciliani cone Salvatore Quasimodo, all’interno di una attività imprenditoriale.

Il progetto Caffé Galante ha un’obiettivo chiaro che lavora su più livelli: ridiventare un luogo di promozione culturale e di confronto aperto alla rete e alle
“contaminazioni” da essa provenienti e che faccia incontrare, grazie alla tecnologia, gli abitanti del luogo con persone o gruppi di persone di realtà distanti favorendo lo scambio di esperienze e il confronto su problematiche di reciproco interesse. Se dal punto di vista economico il progetto non è partito è sul fronte dell’apertura che invece il Caffé Galante da subito comincia a diventare una piazza, un nodo della rete: un suo doppio virtuale diventa luogo di incontri tra i quali quello con Antonio Presti e il suo progetto, “Fiumara d’Arte”. È un chiaro esempio della potenza della rete come versatile ed efficace strumento per relazionarsi. In questo il Caffé, inteso come dispositivo in rete, diventa un mezzo non solo per connettere le persone a distanza ma per aumentarne le conoscenze e le relazioni. Un chiaro e ulteriore esempio è l’incontro che si tiene al caffé con Alberto Cottica e con il pubblico presente sui temi della Wikicrazia.

Ma, dicevamo, come è successo che tutto questo si è poi prodotto come un progetto di un museo?Quali passaggi hanno portato a tutto questo? E quali criticità solleva questo caso? Parliamo di un lavoro lento, che ha scoperto il suo procedere di tappa in tappa messo in piedi da me che nel frattempo in qualità di co-autore ho inaugurato a Milano il Museo del Novecento e che mi ha costruito intorno un’aura di notorietà. Come fosse un film in STOP-MOTION ogni passo è stato progettato, costruito e seguito con molta cura, con un’occhio e un orecchio sempre aperti per osservare, ascoltare e accettare i suggerimenti esterni. Ogni tappa è stata infatti caratterizzata da una serie continua di incontri pubblici, che hanno fatto seguito a confronti con singole persone sui social network, al telefono e di persona. Non si tratta di una partecipazione nel senso di delegare ad altri decisioni sul progetto ma di condividere temi e contenuti. Il museo dopotutto è definito come prodotto del territorio, come luogo che mette al centro la vita che vi si svolge: il territorio è la prima sala del museo, il primo spazio da curare come introduzione al museo stesso. È la condizione per poter creare nelle persone una coscienza differente verso il proprio ambiente naturale, culturale e sociale. Non si tratta di isolare dal contesto delle cose dei reperti o delle opere d’arte, ma di creare narrazioni sempre diverse attraverso libere esplorazioni della città. Oggi, lo abbiamo imparato, se l’arte non si occupa della vita, non interessa che a poche persone.

La prima volta che raggiungo Patti ho il desiderio di “usare” il Caffé Galante come lo avevo immaginato con Nino Galante e Roberta Marchesi: un luogo di pensiero e di gusto legato ai territori locali e globali. È inverno. Recupero dalla dimensione del mondo virtuale il “mug of coffee” e la “cup of tea”: non è importante bere ma che ogni persona abbia una tazza fumante al fianco, una piccola presenza che crea un senso di intimità, di vicinanza. Lo avevamo sperimentato anche nella dimensione virtuale: la tazza che fuma è un potente dispositivo, un rompighiaccio. È il mio primo passo pattese, la mia prima tappa per costruire un interesse, una conoscenza e un pubblico con il quale discutere di contenuti. Parlo delle mie cose, dei miei musei, delle cose fatte altrove ma anche del progetto del Caffé Galante. A questo incontro seguono numerose chiacchierate di approfondimento anche in rete.

Il secondo passo è l’occasione che si apre per il simposio internazionale ISEA 2011; nel settembre a Istanbul si celebra l’INTERNATIONAL SYMPOSIUM OF ELECTRONIC ART. Per l’occasione, elaboro un progetto che chiamo Make It Visible! e risponde a una domanda semplice: cosa possiamo farcene di tutte le foto postate in rete? Il progetto è coadiuvato dallo sguardo di Sveva Avveduto, direttrice dell’Istituto di Ricerca per le Politiche sulla Popolazione e la Società del Centro Nazionale per le Ricerche (IRPPS – CNR). Patti e il suo territorio sono il luogo di sperimentazione perfetto: un territorio che non conosco ancora ma che attraverso il Caffé Galante è stato sensibilizzato alle tematiche della rete. Il ragionamento intorno al quale lavora il progetto per Istanbul è un punto di arrivo di una esperienza della rete fatta di usi e di osservazione e nello stesso tempo un importante tassello per il progetto futuro di Museo Diffuso.

Un tempo si conoscevano i territori con le guide e con le mappe geografiche zenitali. Oggi con le fotografie inserite nei social network abbiamo un modo differente di osservare e mappare i territori reali; sono mappature che contengono molti più sguardi, non più resi oggettivi da una visione verticale, ma riconoscibili come appartenenti a un soggetto che li ha caricati sulla rete. Alla fine non è più un’osservazione legata a una tecnologia ma una collezione di visioni che ci parlano del territorio e delle modalità di essere guardato. Anche questo ci parla di un aspetto fondamentale: da oggetto della comunicazione, la persona diventa soggetto della stessa che abita il mondo attraverso le tecnologie. Guardare, a differenza dello scrivere, è un atto quasi automatico. Quando si scrive, il linguaggio che usiamo rivela qualcosa di noi. Altrettanto le modalità con le quali osserviamo rivelano le nostre abitudini. La macchina fotografica “usata” nella rete, su Flickr e Panoramio diventa come una macchina del tempo. Non solo osserviamo quello che la gente riconosce come il sublime presente ma c’è di più, scopriamo i centri di interesse, i luoghi importanti che ci sono stati tramandati dai racconti, dalle abitudini, dai costumi locali che arrivano da tempi lontani. Osservare le immagini in rete permette di descrivere il territorio nelle singole componenti e ricostruire le relazioni tra queste. Questa attività ha permesso di produrre la mappa che è stata esposta e condivisa a Istanbul nel corso del simposio.

Il passo successivo è stato il restituire alla città, ai cittadini, la mappa realizzata con questa lettura presentandola al Caffé Galante e illustrando il metodo usato per realizzarla. La mappa incuriosisce molto e viene subito apprezzata dai cittadini: ogni elemento da me isolato e messo in relazione all’interno del sistema degli oggetti trovati diventa occasione per i partecipanti alla serata di suggerirne i sensi e i significati. Questo evento ha un seguito: l’amministrazione si interessa al mio metodo di lavoro, aperto alle tecnologie, ad ascoltare le voci e a condividere i
risultati. Si interessa alla visione che ho abbozzato per l’ISEA di Istanbul e mi chiama per fare un incontro per presentare al pubblico il mio metodo di lavoro. Il passaggio da questo all’idea di progetto di Museo Diffuso è breve.

Questa fase si è conclusa con una installazione-presentazione del progetto in cui i
cittadini e le associazioni socio-culturali presenti in città sono state invitate a contribuire all’evoluzione del progetto. La presentazione era costruita come installazione, come una vera e propria mostra artistica: una installazione di arte pubblica. Perché di arte pubblica? Perché l’arte pubblica, prima di tutte le arti, si pone il problema di inglobare il pubblico dalla parte del produttore dell’opera. L’opera funziona se è solo usata da un pubblico che partecipa alla modellazione. L’arte pubblica sposta l’attenzione dagli oggetti alle relazioni. Relazioni che sono dal principio oggetto del progetto. Nella fase attuale ho necessità di aumentare maggiormente la sperimentazione sulla condivisione con la città utilizzando gli strumenti che la rete ci mette a disposizione e quindi per conferire un aspetto più esplicitamente wikicratico al lavoro, indurre cioè i cittadini a collaborare attraverso la rete con il progettista costruttivamente per completare il progetto e come presupposto ho pensato di aprire un apposito sito, chiamandolo “Laboratorio del Museo Diffuso” dove i cittadini e le associazioni potranno postare i loro contributi.

Antonino Galante
Nei mesi scorsi Fabio Fornasari, architetto, co-autore del Museo del Novecento di Milano, ha ricevuto un incarico dal Comune di Patti con l’obiettivo di valorizzare e rendere fruibili al meglio le risorse culturali della città con il suo progetto di Museo Diffuso.

Fabio ha già raccontato la natura e le varie fasi del suo lavoro che lo inducono a tentare attraverso l’uso di uno strumento di rete un esperimento di Wikicrazia; questo mio contributo si limita pertanto ad accennare come, dal mio punto di vista, matura e nasce questa opportunità per Patti e quali siano alcune delle peculiarità del contesto in cui essa si sviluppa, esprimendo infine qualche mia personale considerazione.

In tutto questo, come lo stesso Fabio dice, ha avuto un ruolo centrale il Caffè Galante ed è qui, nel tentativo di diffonderne localmente il “verbo”, che la Wikicrazia sbarca per la prima volta a Patti, durante un incontro, appositamente organizzato per discuterne, con Alberto Cottica e con Massimo Carnevali, un altro convinto wikicratico, per l’occasione, collegato in remoto da Bologna attraverso Skype.

A distanza ormai di un anno da quell’evento e dopo aver indotto, incuriosendolo, un assessore comunale a leggere il libro (vedremo con quali risultati) il tentativo da parte di Fabio di avviare un processo wikicratico per incanalare positivamente le energie e le proposte che i pattesi vorranno fornire al suo progetto non può che sollevare interesse e aspettative.

Questo lavoro pone Fabio in una condizione particolare, da una parte egli è un progettista, esterno all’amministrazione comunale, ma dall’altra, durante la stesura del progetto, in virtù del mandato ricevuto, e anche per le modalità con cui ha deciso di svolgerlo, di fatto e in qualche modo egli la rappresenta; credo non sia sbagliato quindi assimilarlo all’amministrazione stessa nel momento in cui egli tenta un processo wikicratico per indurre i pattesi a contribuire al progetto.

La Wikicrazia prevede l’incontro in rete di chi amministra con gli amministrati e si caratterizza come un mix di processi top-down e bottom-up. Ora, la presenza in rete di amministratori e funzionari pubblici da queste parti è davvero ancora molto scarsa, quasi inesistente. Non sono stati implementati da parte della pubblica amministrazione locale strumenti di rete deputati a ricevere segnalazioni di problemi dai cittadini, in modo continuativo e organico, a causa della inadeguatezza dell’apparato burocratico e della mancanza di attitudine all’innovazione e alla sperimentazione della quasi totalità dei funzionari pubblici comunali, sebbene, su gruppi Facebook locali, alcuni cittadini avessero invitato l’amministrazione a dotarsi in tal senso; l’unica novità di rilievo è stata la trasmissione in streaming delle riunioni del Consiglio Comunale che è un segnale incoraggiante e testimonia un interesse degli amministratori verso gli strumenti della rete, per il resto, le davvero scarse presenze in rete degli amministratori (che prevalentemente in questo momento si comportano da lurkers, cioè leggono ma non scrivono) sono limitate a Facebook (dove tuttavia mancano ancora profili istituzionali) per comunicare iniziative o esprimere apprezzamenti. Inoltre la partecipazione e le discussioni in rete, sempre normalmente in gruppi Facebook locali, da parte dei cittadini non raggiunge ancora quella maturità e quella organizzazione che consenta di affrontare in modo costruttivo le questioni più articolate; spesso si scade in polemiche, si indulge al turpiloquio, si tenta di screditare o persino calunniare chi la pensa diversamente, non vi è soprattutto, da parte di improvvisati amministratori dei gruppi, la capacità di governare il dibattito impedendo che esso degeneri, isolando o inibendo i trolls, spesso numerosi, o chi non si attiene alle più elementari regole di netiquette; il risultato, purtroppo è quello di allontanare e far desistere chi vorrebbe partecipare al dibattito in modo sereno, scoraggiando eventuali nuovi stakeholder, facendo diventare monopolio di pochi soggetti il confronto che avviene sui gruppi. Un esempio è stato anche il conferimento dell’incarico a Fabio Fornasari che ha sollevato un misto di reazioni; infatti l’iniziativa dell’amministrazione comunale è stata accolta da alcuni con entusiasmo e fiducia, guardando alle pregresse e qualificate esperienze di Fabio, da altri invece con scetticismo fino a sfociare anche nell’ostilità aperta e nel tentativo di screditarlo e calunniarlo.

In questo contesto il problema è allora come far maturare la responsabilità collettiva e dei singoli e come incalanarla positivamente in modo costruttivo. Probabilmente i canoni e i metodi della Wikicrazia, potrebbero costituire una risposta al problema in una realtà che per quanto connessa, sembra esserlo solo localmente come se un digital divide socio-culturale e geografico-ambientale la tenesse lontana dai centri del dibattito e l’esperimento wikicratico di Fabio Fornasari per il Laboratorio del Museo Diffuso diventa davvero un caso interessante da seguire per capire a quali risultati può condurre.

_______________________________________________________
Fabio Fornasari (Bologna, 1964) architetto e artista, si occupa di progetti e studi che pongono il ricercare, il mostrare e il raccontare al centro del proprio lavoro: installazioni, allestimenti museografici, progetti editoriali. È co-autore del Museo del Novecento di Milano. Collabora con l’IRPPS-CNR su progetti legati al racconto della ricerca scientifica e all’uso delle nuove tecnologie. Alterna la pratica professionale con la didattica presso la NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.
http://fabiofornasari.net/

Antonino Galante è un informatico, esperto nell’utilizzo delle metodologie e delle tecnologie object oriented (Smalltalk in particolare) ed un fautore dell’impegno civico; si definisce kublaiano e wikicratico, segue l’evoluzione dei social network e degli strumenti finalizzati alla remote-collaboration, giudicandoli fondamentali per superare l’isolamento culturale e geografico dei territori periferici.
http://www.facebook.com/antonino.galante

Fossa Neve

Fossa Neve

La neviera di Fossa Neve

Quando non era ancora disponibile l’energia elettrica e non lo erano neanche i frigoriferi per come li conosciamo oggi, i gelati, con maggior fatica, si facevano e conservavano ugualmente; fino almeno alla fine degli anni venti del Novecento, la neve era il materiale utilizzato in gelateria per refrigerare, usata quindi non come ingrediente ma appunto come refrigerante necessario per preparare gelati, granite, sorbetti, schiumoni, cassate, pezzi duri (o gelati in formetta). La neve, che durante l’inverno cadeva sulle alture vicine che superavano i mille metri, veniva accumulata nelle neviere (‘nté niveri) e lì conservata e mantenuta fino al successivo inverno. La neviera del Caffè Galante si trovava a Fossa Neve (a Fossa a Nivi) nel territorio di Librizzi in cima all’omonimo monte (altre immagini della neviera su “librizziacolori” di Melo Rifici). Durante l’estate (ma anche in inverno, che pure allora, i gelati venivano prodotti e consumati nella stagione fredda, specialmente il ponch all’arancia, d’obbligo nei matrimoni) veniva caricata sui muli e più a valle su carretti, con i quali, coperta e protetta da paglia, veniva infine portata al Caffè Galante e qui risposta nella neviera, situata al secondo piano sotterraneo, adiacente al locale dove si trovavano (e si trovano tutt’ora) i mastelli o gelatiere.

La gelatiera a mano

La gelatiera a mano (anni venti del Novecento) nei sotterranei del Caffè Galante; accanto si intravede la porta d’ingresso alla adiacente neviera

Al momento della preparazione del gelato, la neve veniva prelevata dalla neviera e posta tra il mastello e il recipiente in rame stagnato in cui si versava il preparato, a base di latte o di succhi spremuti (come nel caso del limone) o di polpa di frutta (precedentemente bollita e passata al setaccio, come nel caso di pesche o albicocche), che conteneva gli ingredienti del gelato. E quindi, in mancanza di energia elettrica, con la forza delle sole braccia, si incominciava ad azionare il meccanismo, un grande manubrio di ferro, che faceva ruotare, nel mastello colmo di neve, il contenitore con gli ingredienti rimestati da un’apposita pala, fino all’ottenimento del gelato; in genere non meno di un quarto d’ora, venti minuti, applicati faticosamente a quel manubrio senza fermarsi. Successivamente, con il gelato ottenuto si confezionavano anche schiumoni, cassate e pezzi duri che, a richiesta, venivano issati con un’argano fino nella sala del caffè per essere lì consumati o portati a casa dai clienti.